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Il libro “Sport e serialità televisiva. Storie, generi, culture nazionali” di Paolo Carelli esplora un campo ancora poco sistematizzato ma in forte espansione, mentre Alba Chiara Rondelli rappresenta un punto di vista industriale e creativo nella produzione di contenuti per ragazzi.
In questa intervista con loro abbiamo voluto approfondire il tema della serialità sportiva contemporanea, analizzandone i confini, le forme narrative e le trasformazioni produttive.
Il libro parte proprio dalla definizione del perimetro di ciò che possiamo considerare “serie sportiva”. La premessa è necessaria perché oggi c’è molta confusione in merito ai contenuti audiovisivi che trattano lo sport al di là dell’evento e della competizione e spesso si mettono a confronto prodotti che sono in realtà molto diversi, come serie scripted e documentari o docu-series. La mia volontà è stata innanzitutto quella di sciogliere questo equivoco, di ristabilire dei confini tra due generi e modelli narrativi distinti e, nello specifico, di dedicarmi alla serialità scripted (le fiction) a tema sportivo, un campo praticamente inesplorato dalla letteratura scientifica anche internazionale. Non meno complesso è, inoltre, definire cosa è “sport”; io propongo un approccio largo, nel senso che con sport non dobbiamo intendere solo la gara e la competizione, ma qualunque attività ludica o agonistica o fisica, così come tutto ciò che fa da contorno allo sport (dal tifo al doping alle professioni). Lo sport è davvero un “fatto sociale totale” e come tale ben si presta a diventare un dispositivo potente per le storie di finzione televisiva.
Il topos sportivo è presente in forme molteplici sin dalle prime serie tv comparse sul mezzo televisivo nei diversi paesi. Può essere il centro della trama oppure un innesco di una vicenda più ampia; può essere utilizzato per ricostruire fedelmente la vicenda di un atleta o di una competizione oppure un pretesto per caratterizzare i personaggi e parlare d’altro e trasmettere valori più “alti”. Spesso le fiction a tema sportivo funzionano proprio quando la disciplina sportiva diventa uno strumento per innervare le relazioni e le dinamiche della storia, come in uno dei casi di maggior successo del passato quale “Friday Night Lights” (2006-2011) per citare un esempio. Spesso è stato utilizzato per raccontare conflitti famigliari o generazionali, per accompagnare le storie di formazione di teen e adolescenti, per sviluppare la retorica sempre molto feconda dell’underdog che partendo da una condizione svantaggiata riesce, grazie a impegno e tenacia, a ottenere risultati importanti. Lo sport è cartina di tornasole delle vicende umane e dei grandi fenomeni sociali che caratterizzano una determinata epoca.
Direi decisivo e per una ragione che paradossalmente origina all’esterno del campo ristretto della serialità scripted. È innegabile che uno dei generi di punta delle piattaforme streaming sia quello del documentario e della docu-serie e che lo sport rappresenti uno dei temi più trattati e apprezzati dal pubblico in questo senso. La proliferazione di questi contenuti ha messo in luce un interesse sempre profondo verso lo sport “oltre l’evento” e quindi anche la fiction ne ha giovato provando a immaginare nuove storie a partire dallo sport. Molti titoli di successo o comunque discussi degli ultimi anni delle piattaforme streaming hanno al centro lo sport o il gioco in tutte le sue manifestazioni: da “Ted Lasso” a “La regina degli scacchi”, da “Cobra Kai” a “Winning Time”. Non dimentichiamo inoltre che lo sport ha connaturata in sé una dimensione transmediale, di potenziale “sfruttamento” in varie direzioni del suo contenuto specifico. Molti di questi titoli sono franchise oppure vivono e prosperano anche al di fuori dei singoli episodi generando veri e propri fenomeni di culto.
Lo sport contiene in sé una pluralità di messaggi e valori che credo nessun altro ambito della vita sociale è in grado di presentare. Pensiamo alla serie “Clan – Scegli il tuo destino” (RaiPlay) e al portato simbolico della palestra di judo come spazio di salvezza e redenzione per ragazzi cresciuti all’ombra della criminalità organizzata di un quartiere di Napoli. C’è tutto un universo simbolico che senza quella palestra di judo sarebbe molto difficile da far emergere. Forse solo la musica ha una forza simile, ma lo sport ha probabilmente più sfaccettature, dettate anche dalla presenza di discipline diversissime tra loro, ciascuna funzionale – con le sue regole, tecniche, retoriche dello scontro e della sfida (con sé stessi, con l’avversario, con l’ambiente, con il potere, ecc.) – a un tipo di racconto e quindi all’incontro con generi specifici. Sì, penso che lo sport sia il dispositivo migliore e più naturale per emozionare e raccontare il riscatto come messaggio positivo e universale.
“Clan – Scegli il tuo destino” è nato come teen drama; questo è senza dubbio il suo genere portante. Ma il tema del racconto sportivo – come molto ben descritto e argomentato nel libro del Prof. Carelli – porta quasi sempre con sé un’ibridazione. “Clan” in questo senso è anche un racconto di sport perché il judo, con le sue regole e la sua filosofia, è protagonista e anche veicolo del cambiamento del protagonista. Ma l’ibridazione che lo attraversa è anche legata al mondo del documentario, alle storie vere, a quelle di riscatto e criminalità. Infatti, “Clan” si ispira ad una storia vera, quella della palestra di Gianni Maddaloni a Scampia che da anni salva i ragazzi dalla camorra offrendo loro come alternativa la via dello sport. Di questa storia ne è stato fatto un film (“L’oro di Scampia”) e poi un documentario (“Clan Maddaloni”) che raccontano le vicende sportive e umane di Gianni Maddaloni, della sua famiglia e della palestra mentre la serie mette in primo piano quella di un ragazzo che inizia a frequentare la sua palestra.
Certamente lo sport, come la musica, nel racconto seriale per ragazzi è un veicolo potente e diretto; vale come narrazione lineare e chiara ovvero come messa in scena di azioni e competizioni ma anche come narrazione metaforica nella quale le dinamiche sia di formazione sia di relazioni sono “visivamente” messe in scena.
Il portato valoriale della metafora sportiva con tutto quello che comporta (disciplina, fair play, riscatto, impegno, gioco di squadra, rispetto…) ben si presta a trasmettere valori positivi ed educativi, importante e bellissimo compito del prodotto tv destinato a bambini e ragazzi.
Lo sport ha inoltre una valenza aspirazionale per i ragazzi; nello sport si può diventare professionisti e campioni anche da giovanissimi e questo accorcia le distanze con il mondo dei più grandi. Proprio questa commistione mi ricorda anche che – televisivamente parlando – lo sport come “genere” è un’importante collante del co-viewing familiare.
Il contenuto vince sempre, certamente le storie belle e potenti sono tali ovunque le si fruisca e quindi anche la cura che ci si mette per produrle è la medesima. Ovviamente un consumo su piattaforma è di per sé diverso perché intanto quel contenuto va “trovato” e poi va “scelto” e ci deve essere certamente un ingaggio più forte sugli inizi e fine puntata così da catturare già dai primi secondi e da tener viva, tra una puntata e l’altra, l’attenzione dello spettatore.
Inclusione e diversità a noi adulti sembrano concetti astratti da calare dall’alto e da inserire e promuovere doverosamente nei contenuti per ragazzi ma la verità è che per le nuove generazioni questi temi sono fortunatamente ormai “nativi” in loro, li hanno introiettati perfettamente. Quindi è certamente importante continuare a portarli avanti quando narrativamente sono credibili e sensati e non solo come operazione a tavolino, della quale poi i ragazzi immediatamente si accorgono e che non apprezzano.
Paolo Carelli: Credo sia molto difficile da trovare la serie “perfetta” in questo senso, per una ragione molto semplice: lo sport è una delle attività umane che fonda il suo fascino sull’imprevedibilità degli esiti e ciò può valere anche per una serie di finzione. Ciò che funziona, a mio parere, è la credibilità da un lato e la trasformazione del personaggio dall’altro. Credibilità perché – pensiamo soprattutto a una serie biografica o ispirata a fatti reali – viviamo in un’epoca in cui possiamo accedere in qualsiasi momento ad archivi di immagini e filmati reali e quindi lo sforzo di ricreare l’autenticità perfetta sarebbe comunque sempre vano, ma l’essere credibili rimane fondamentale per rafforzare il patto con lo spettatore. E trasformazione del personaggio perché ogni vicenda narrativa è in fondo legata all’antico archetipo del “viaggio dell’eroe” e lo sport è un’attività che per sua natura “trasforma” chi lo pratica. Il protagonista di una serie sportiva deve portare lo spettatore a immedesimarsi nello sforzo che lo porta a migliorarsi al di là della vittoria o della sconfitta.
Alba Chiara Rondelli:Come sport, il mio sogno sarebbe quello di un racconto seriale legato al fenomeno del momento: il tennis! In relazione a tematiche invece più produttive e al tema dell’autenticità, citato dal Prof. Carelli nel suo libro, sarebbe incredibile avere un cast di “attori atleti”, in grado di restituire l’autenticità del gesto sportivo più puro con l’intensità di un’interpretazione attoriale.
Alba Chiara Rondelli è Chief of Originals Officer di KidsME. Autrice e produttrice tv, lavora da oltre 15 anni nel mondo della tv per bambini e ragazzi. Ha ideato e curato la produzione di numerosi programmi sia unscripted sia scripted realizzati per i canali DeAgostini, per Rai, per Warner Bros. Discovery. Tra i maggiori successi la sitcom “New School”, una vera case history nel mondo della serialità per bambini, e poi “Clan – Scegli il tuo destino”.
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